Concorso letterario “Lavorando a maglia”. Primo episodio

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Il mio primo lavoro a maglia

Se qualcuno mi avesse chiesto, avrei risposto che per anni pensavo d’aver combinato molto poco. Sembrava quasi non facessi niente. Presa dalle incombenze quotidiane, i giorni si infittivano quasi perdendo i loro connotati unici ed irripetibili. Intorno a me, le persone che amavo diventavano più vecchie, più grandi, più mature, addirittura autonome; qualcun altro se ne andava senza possibilità di ritorno. Come su un fiume ordinato, potevo quasi percorre lo scorrere che il tempo aveva avuto sulla mia esistenza navigandola. C’erano state delle anse, anni che sembravano fermi, lontani dalle correnti, come quelli in cui maturano i silenziosi frutti, anni di studio, di scoperta di sé; delle rapide, che per pochi giorni avevano accelerato la mia vita ed il mio cuore; ed improvvise spumeggianti cascate, in cui avevo preso delle decisioni irripetibili su cui non sarei mai più tornata indietro. Oggi riuscivo a vedere tutto questo scorrere, se qualcuno mi avesse chiesto, con la leggera indifferenza di una nuvola quieta in una bella notte di luna piena di luglio.

L’immagine è più bella della realtà, me ne rendo conto solo adesso. Se si è una donna, non c’è proprio niente di bello ad essere una nuvola! Avevo perso la mia energia, la mia vitalità, forse ero stanca, ma facevo fatica a ritrovare persino i miei ricordi. Cioè, a ricordare ricordavo tutto, ma non riuscivo a rivivere le emozioni; e ricordare senza emozionarsi, a cosa serve, a chi serve? Non a me, mi dicevo. Tenevo in mano le foto del mio matrimonio, del primo giorno di scuola di Roberto e dalla nascita di Giulia, ma dalle foto mi arrivava solo un bruisio di fondo, tutta quella vita, mi dicevo, dove è finita?

E poi, all’improvviso, così come pensavo che la quotidianità mi avesse scippato e defraudato della mia vita, con la stessa prosperosa noncuranza mi ripresentava i suoi doni. Sistemando un vecchio armadio in soffitta, tra i vari ammennicoli inutili e polverosi, saltò fuori, in un sacchetto ormai logoro, la prima copertina a maglia fatta da me. Bang! Avevo 25 anni, avevo scoperto qualcosa della vita e stavo diventando madre. E per la prima volta nella mia vita ero felice ed avevo paura, avevo paura per il parto, ma ero felice di avere un figlio che avrei amato e cresciuto, ma avevo paura di non esserne in grado, ma avevo grandi speranze per il futuro, ma ne avevo grande spavento. Ero molto confusa. Il mio corpo cambiava mese dopo mese, settimana dopo settimana. Giorno dopo giorno, così come Roberto cresceva dentro di me, io imparavo a lavorare a maglia facendo crescere insieme a mio figlio la mia sicura consapevolezza che lo avrebbe accolto sotto forma di una coperta di lana merino fatta da sua madre, fatta dalla madre, fatta da me.

Commenta il post, scrivi, descrivi, inventa o ricorda il tuo primo lavoro!
Divertiti con noi, vivi appassionatamente!
 

Modello consigliato,copertina neonato Copertina da bambino facile facile

Colonna sonora

 

Concorso letterario “Lavorando a maglia”. Primo episodio ultima modifica: 2014-10-15T07:49:42+00:00 da Alice Tesser

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47 comments

  1. Anna Maria Meloni - 15 ottobre 2014 08:05

    Sarebbe bello se il lavoro a maglia fosse davvero un lavoro, fatto di professionalità, dignità e giusto compenso. Purtroppo in questo momento storico di impero della moda low cost mi sembra impossibile…

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  2. grazia - 15 ottobre 2014 08:29

    Capita che ad u certo punto della vita, tracciando un bilancio, ci si possa rendere conto o pensare di aver sprecato tempo in cose inutili, magari si attraversa un periodo di stanchezza………..soffermiamoci a pensare invece che per un motivo o per un altro abbiamo avuto l’impulso di sferruzzare o uncinettare qualcosa che ci avrebbe distratto dal momento “no”. Il tempo non è mai sprecato quando si lavora a maglia, anzi, tutt’altro. Io ho sempre avuto in mente grandi cose da fare con un semplice filo, ma non attuavo mai nulla. Poi improvvisamente, cominciai con il filet a fare tende, centrini……………………….Ed ora, dopo tanti anni ancora continuo, ma con la lana e per i bimbi.

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  3. anna lorenzi - 15 ottobre 2014 08:31

    la vita e’ fatta di fasi diverse… senza arenarci o pensare troppo a quello che siamo stati , dobbiamo vivere il presente perche’ spesso, improvvisamente, ci ritroviamo addosso una IO che non pensavamo di avere . questo perche’ ci e’ capitato qualcosa di speciale, oppure abbiamo conosciuto qualcuno speciale oppure … solo perche’ niente e’ fermo nella vita. nemmeno noi. e se non ci vogliamo bene noi, per prime, con i nostri mille difetti e mille pregi, gli altri faranno fatica ad amarci. tu facevi un controllo accurato della tua vita passata ma.. si cambia. e il tuo Roberto e’ stato l’esserino speciale a fartelo capire.
    Anna

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  4. antonella masi - 15 ottobre 2014 09:44

    Ogni volta che inizio un nuovo lavoro a maglia mi ritorna in mente sempre lo stesso episodio:una bimbetta di 8 anni che vuole imparare a usare i ferri perché circondata da persone meravigliose che rubano letteralmente un po di tempo alle mille incombenze quotidiane per dedicarsi a lavori a mano.
    lavori utili per la famiglia: maglie, sciarpe, babbucce, cappelli e le immancabili coperte realizzate immancabilmente con lana sfilata e colorata…..lavori all’epoca necessari per molti bilanci familiari, ma sempre fatti con voglia di novità e di ricerca della perfezione. Ritorno alla bimba (io, naturalmente) che sferruzza orgogliosa la sua prima sciarpetta per la bambola, di dieci punti in tutto, ma che fatica non far cadere le maglie…..quando d’improvviso le maglie cadono tutte perché qualcuno tira i ferri dalle mie mani inesperte: una zia della mamma che mi rimprovera perché di domenica non si lavora, visto che è il giorno dedicato al Signore……che pianti allora, ma oggi ancora sorrido di quell’episodio.
    Altri tempi!!!!

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  5. Simona Sergi - 15 ottobre 2014 10:05

    Lavorare a maglia non è un hobby è una questione di identità. Sì perchè da buona calabrese emigrante ho bisogno di restare aggrappata alle mie radici. Esse si intrecciano tra diverse generazioni di donne che hanno fatto del” filo” un mezzo di sostentamento e di risparmio per la famiglia. Parte da qui la mia passione che arriverà a me attraverso mia madre, donna lavoratrice che fa del lavoro a maglia un passatempo distensivo. Ed eccomi qua: una nonna non c’è più, l’altra non ricorda più nulla e mia madre che non ha tempo…per me il lavoro a maglia diventa un patrimonio da salvaguardare dall’oblio. Riesco a rubare un attimo a mia madre ed eccomi all’opera con il dritto e il rovescio. Ma questo non mi basta e la vita mi ha portata lontana da casa. Mi sarebbe piaciuto far diventare la tradizione il mio lavoro ma le vicissitudini della vita mi hanno giocato un tiro mancino e non ce l’ho fatta.
    Oggi per me lavorare a maglia vuol dire sognare, vuol dire restare bambina, vuol dire tornare a casa, vuol dire udire ancora una volta il vociare di quelle donne ormai lontane.

    Rispondi
  6. Simona Sergi - 15 ottobre 2014 10:07

    Lavorare a maglia non è un hobby è una questione di identità. Sì perchè da buona calabrese emigrante ho bisogno di restare aggrappata alle mie radici. Esse si intrecciano tra diverse generazioni di donne che hanno fatto del” filo” un mezzo di sostentamento e di risparmio per la famiglia. Parte da qui la mia passione che arriverà a me attraverso mia madre, donna lavoratrice che fa del lavoro a maglia un passatempo distensivo. Ed eccomi qua: una nonna non c’è più, l’altra non ricorda più nulla e mia madre che non ha tempo…per me il lavoro a maglia diventa un patrimonio da salvaguardare dall’oblio. Riesco a rubare un attimo a mia madre ed eccomi all’opera con il dritto e il rovescio. Ma questo non mi basta e la vita mi ha portata lontana da casa. Mi sarebbe piaciuto far diventare la tradizione il mio lavoro ma le vicissitudini della vita mi hanno giocato un tiro mancino e non ce l’ho fatta.
    Oggi per me lavorare a maglia vuol dire sognare, vuol dire restare bambina, vuol dire tornare a casa, vuol dire udire ancora una volta il vociare di quelle donne ormai lontane.

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  7. Marta - 15 ottobre 2014 10:08

    Anche il mio primo lavoro a maglia era una copertina per Marco! Piccoli quadrati di colore giallo, verde acqua e azzurro, con piccoli coniglietti bianchi….che bello che era il mio bimbo avvolto in quella copertina!
    Un particolare mi emoziona ulteriormente: ho una sorella maggiore a cui sono molto legata. Abbiamo condiviso tantissime cose sin da bambine. Benché sposate in tempi diversi, abbiamo condiviso anche l’esperienza della gravidanza – per lei la seconda, per me la prima – ed abbiamo realizzato la medesima copertina per i nostri bimbi in arrivo. Nel mese di giugno i nostri figli si sono sposati….a distanza di una settimana…..creando ulteriori condivisioni tra noi.
    Beh…qualche giorno fa ho saputo che tra pochi mesi diventerò nonna! Sto aspettando per scaramanzia ma….non vedo l’ora di aprire le scatole in cui ho conservato le “cosine” del mio bimbo: l’abitino del battesimo, le prime scarpine, il primo sonaglino e….la mitica copertina con i coniglietti!
    Ora mi domando: avremo la gioia, la mia sorellina ed io, di condividere anche la gioia di un nipotino? Sarebbe semplicemente fantastico!

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  8. Simona Sergi - 15 ottobre 2014 10:46

    Il primo lavoro a maglia l’ho realizzato quando avevo diciotto anni: la scuola stava per finire, gli esami di maturità erano ormai alle porte e io stavo per lasciare la mia terra…era un maglioncino a legaccio e lo stavo lavorando con la lana di mia nonna che ormai non c’era più. Era di un colore arancio aragosta e forse aveva ricavato la lana scucendo un altro maglione. Facevo queste ipotesi tra un dritto e l’altro perché il filato era consumato ed in certi punti sfilacciato…o forse era stato solo usurato dal tempo. Intrecciavo le maglie carica di sogni e di speranze per il futuro ma anche di ricordi di quando ero bambina..
    Come ho detto lavorare a maglia era una questione di identità e volevo portare via con me qualcosa che mi ricordasse chi ero anche lontana da casa svariati chilometri.
    È arrivato il momento. Parto. Il maglioncino e i ferri li porto con me. Inizia l’università, lo studio, gli impegni: il maglioncino aragosta giace nel mio armadio ancora senza maniche. Resta così per anni. L’università è finita, il tempo è passato e io sono cambiata. Scucio il maglioncino dopo che alle speranze sono sopraggiunte le disillusioni, ai sogni la realtà. I gomitoli sfilacciati di color aragosta attendono ancora di essere trasformati in qualcosa.

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  9. Silvana Urbani - 15 ottobre 2014 12:55

    Miaammazza mi ha insegnato a lavorare ai ferri,mia nonna faceva l uncinetto ,credo che se mi vedessero ora che faccio borse all uncinetto resterebbero incredulo ma è la vita è ora nn smetto più……

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  10. Di lana e d'altre storie - 15 ottobre 2014 13:40

    Ciao, abbiamo modificato il regolamento per permettervi di divertirvi con più semplicità. Saranno validi anche i commenti postati su facebook. saremo noi a importarli sulla pagina del sito. Complimenti per la bellezza dei commenti!

    Rispondi
  11. Simona Sergi - 15 ottobre 2014 13:42

    Io forse ho sbagliato…inizialmente avevo commentato qui scrivendo la prima parte del commento…poi ho copiato e incollato sul sito aggiungendo in un altro commento la seconda parte….che pasticcio spero sia comunque valido :)

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    • Di lana e d'altre storie - 15 ottobre 2014 13:58

      il tuo post è splendido ed è certamente valido ai fini del concorso. ci hai emozionato. ho inserito anche la colonna sonora al post (un video) che mi è venuto in mente leggendo i commenti.

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  12. Simona Sergi - 15 ottobre 2014 14:00

    Grazie!Sono emozionata e felice di condividere con voi le mie esperienze di vita!

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  13. Cristina Bresciani - 15 ottobre 2014 15:51

    La maglia è un hobby o anxi meglio dire una magia che ho imparato da poco.
    Mi incanta ed emoziona veder nascere da semplici punti iniziali un capolavoro, grande o piccolo che sia. Non sono professionista anzi sono alle prime armi , ma con molta voglia di imparare questo magico mondo. Nulla è uguale, nulla è semplice, unico filo conduttore è l’amore e la passione che ci metto in ogni “creatura” nata.

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  14. Francesca - 15 ottobre 2014 20:04

    Il mio primo lavoro a maglia? Non lo ricordo; sarà stato sicuramente qualcosa di molto facile per di più venuto anche male, ma molto male, sicuramente!!! Al contrario ricordo bene quello che per me è stato un episodio fondamentale per riavvicinarmi, questa volta in maniera consapevole, al mondo degli hobby cosiddetti “femminili” vedi maglia, sì, ma anche uncinetto, punto croce, ecc… Devo dire grazie, sembrerà strano, ad un endocrinologo di fama, mio professore all’Università. Durante una sua lezione su atroci malattie debilitanti una ragazza ebbe la sventura di distrarsi un attimo (forse pensava al fidanzato, più probabilmente si era annoiata o forse era semplicemente immersa nei fatti suoi) quando l’illustre luminare l’apostrofò con: “Signorina, se non desidera la nostra compagnia, vada a fare la calza!”.
    Dalle mie parti dire a una donna “vai a fare la calza” equivale allo stereotipo tipo “vai a pascolare le pecore” oppure “c’è tanta terra da zappare” e si dice per esorcizzare il fatto che prima di farci diventare tanto istruiti i nostri nonni e i nostri bisnonni, prima di loro, avessero la stalla sotto casa. L’istruita discendenza non può accettare il fatto di provenire da lì ovvero dai generosi effluvi emanati dal gregge che all’epoca la sfamava! Come conseguenza di questo deve necessariamente dimenticare e, quando va peggio, disprezzare le nonne o le madri che filavano la lana del suddetto gregge per poi sferruzzare allegramente in compagnia. Io, che quell’epoca non l’ho vissuta, invece, non voglio dimenticarla per un semplice egoistico motivo: mi piacerebbe invecchiare come mia nonna che alla veneranda età di cento anni, pur non ricordando il proprio nome, se le metti in mano un paio di ferri e un gomitolo di lana ti avvia tranquillamente il lavoro!!!!!!

    Rispondi
  15. Di lana e d'altre storie - 15 ottobre 2014 22:52

    puoi scrivere sia come commento al post di facebook che andare sul sito alla pagina http://dilanaedaltrestorie.it/concorso-letterario-lavorando-a-maglia-primo-episodio/ dove trovi anche la traccia del primo episodio. ti aspettiamo!

    Rispondi
  16. roberta - 15 ottobre 2014 23:04

    Avevo, forse, quattordici anni ed ero figlia, figlia di un papà che sembrava severo ed una mamma che sembrava debole. In casa mia c’era sempre polvere di stoffe cucite e tagliate da mia mamma e della fanciullezza il ricordo dell’odore di segatura della bottega da falegname di mio padre. Qualche estate prima la mia nonna mia aveva insegnato ad usare uncinetto e ferri e da li con giornali domande la grande passione la lana, i gomitoli. ricordo una sera mentre la tv andava, papà seduto in poltrona io e la mamma sul divano. Un gomitolo di mohair, allora i gran moda, un color champagne i ferri grandi che andavano da soli, la sola luce della tv e una trasmissione di musica, forse un Sanremo…. i rimproveri: “ci lasci gli occhi, pensa a studiare….” ma a me piaceva e piaceva l’idea di poter indossare qualcosa che solo io avrei indossato.. e allora tic, tic, tic… le maglie andavano, i giri giravano il lavoro cresceva….. poi a letto e sentire mio padre che dice sottovoce, per non essere sentito: “ma hai sentito? lavora a tempo di musica e senza guardare!” Ogni volta che da allora ho lavorato a maglia ho sempre pensato a questa frase e a ritrovare lavorando quel tempo …. di musica!

    Rispondi
  17. Roberta Innocenzi - 15 ottobre 2014 23:15

    Avevo, forse, quattordici anni ed ero figlia, figlia di un papà che sembrava severo ed una mamma che sembrava debole. In casa mia c’era sempre polvere di stoffe cucite e tagliate da mia mamma e della fanciullezza il ricordo dell’odore di segatura della bottega da falegname di mio padre. Qualche estate prima la mia nonna mi aveva insegnato ad usare uncinetto e ferri e da li con giornali e domande la grande passione la lana, i gomitoli. Ricordo una sera mentre la tv andava, papà seduto in poltrona io e la mamma sul divano, un gomitolo di mohair, allora di gran moda, un color champagne, i ferri grandi che andavano da soli, la sola luce della tv e una trasmissione di musica, forse un Sanremo…. i rimproveri: “ci lasci gli occhi, pensa a studiare….” ma a me piaceva e piaceva l’idea di poter indossare qualcosa che solo io avrei indossato.. e allora tic, tic, tic… le maglie andavano, i giri giravano il lavoro cresceva….. poi a letto e sentire mio padre che diceva sottovoce, per non essere sentito da me ma solo dalla mamma: “ma hai sentito? lavora a tempo di musica e senza guardare!” Ogni volta che da allora ho lavorato a maglia ho sempre pensato a questa frase e a ritrovare lavorando quel tempo …. di musica!

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  18. Paola Arati - 15 ottobre 2014 23:21

    La magia del lavoro a maglia, per me, è tutta qui, nelle parole della mia bimba di quasi tre anni: “Mamma mi fai tu un cappellino così quando lo metto sei sempre con me?”

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  19. Rita Pannone - 16 ottobre 2014 08:00

    Una copertina in soffitta, il ricordo della prima maternità, con tutte le paure e le gioie che implica diventare madre. Il tempo scorre e ti sembra che in una casa ormai vuota, sei lì , piena di ricordi e nostalgie…..un gomitolo colorato di lana, due ferri e puoi ricominciare a vivere, riempire la casa di colori e chissà fare una copertina per il nipotino\a per quando sarai nonna. la casa non sarà più vuota e tu assaporerai le gioie di una fase diversa e nuova della vita. Sarai una nonna che lavora a maglia, col fascino dei colori e dei racconti di chi sa essere creativa con un gomitolo e due ferri, ricomincerai a vivere.

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  20. Elena - 16 ottobre 2014 08:42

    Capita si, capita di trovare pezzi della tua vita… lo sferruzzare mi aiuta a calmare i miei demoni interiori…le paure, le angosce…e poi…vuoi mettere la soddisfazione di creare una cosa tua? è un po’ come quando presenti un dolce ben fatto… la soddisfazione che l’hai fatto tu, pensando alle persone che ami.

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  21. Maria cristina Gobbi - 16 ottobre 2014 09:54

    Passo davanti al banchetto dei gomitoli al mercato e penso: adesso no, non ho tempo, la prossima volta. Poi osservo un gomitolo: tondo, le spire del filo si avvolgono, ritorcono, girano, entrano da un lato e riescono, allineate, danzanti, gioiose, frementi. Come un Michelangelo mi trovo a pensare a quante cose potrebbe diventare, quell’anonimo filo che pare infinito, senza inizio e senza fine: sciarpa, cappello, guanti, maglia… ma non adesso, non ho tempo, la prossima volta.

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  22. Antonella Pacifici - 16 ottobre 2014 14:11

    Il mio primo lavoro a maglia con mia madre vicino ad insegnarmi, credevo di averlo dimenticato…invece. Avevo solo 8 ani e volevo una mantellina per la mia bambola fatta come la sciarpa che mia madre faceva per me. Era bellissima…alla fine dopo innumerevoli inizi per imparare bene,bei ricordi…ancora posso sentire la voce di mia madre che diceva…fai il lavoro preciso e quando sarà finito ne sarai contenta veramente e la tua bambola sarà bellissima. E lo era almeno per me, l’avevo fatto io c’ero riuscita…. E da allora non ho più smesso, ed ora dopo tanti ma tanti lavori fatti con la lana o con il cotone sia ferri che uncinetto..ogni volta alla fine del lavoro mi tornano le stesse emozioni nel guardare un lavoro finito e capisco, che non ho perso tempo nel farlo; imparare nuovi punti, vecchi gesti, quelli che mia madre con infinita pazienza mi insegnava; Stendere sul letto una bella coperta di lana che mi scaldi o guardare mia figlia che indossa le cose che io ho lavorato per lei è una bella sensazione, la stessa che provai nel veder finita il mio primo lavoro una bellissima mantellina verde.

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  23. Maria cristina Gobbi - 17 ottobre 2014 11:37

    Eppure cammino più veloce, corro quasi, mentre parlo al cellulare e invio una mail. Come mai non ho più tempo? Di scatto mi fermo, mi giro, torno indietro e, arrivata al banchetto, compro tre gomitoli rosso mattone, da sempre il mio colore preferito. I ferri per lavorare? Devo cercarli, devono essere da qualche parte, nell’armadio o in cantina. Di certo non li ho buttati: li ho visti anche durante l’ultimo trasloco. Ci penserò stasera: adesso devo trovare parcheggio.

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  24. Maria cristina Gobbi - 18 ottobre 2014 09:23

    Li ho trovati ancora infilati in un vecchio lavoro, un jacquard degli anni ’80 complicatissimo: il mio ultimo lavoro, mai terminato. Non ricordo il mio primo lavoro a maglia, non ricordo proprio come e quando ho imparato; probabilmente imparavo a sferruzzare mentre iniziavo a vivere: quello di cui sono sicura è che non l’ho appreso né da mia mamma né da mia nonna (non avevo né l’una né l’altra), ma da tutte quelle donne che, giù nel cortile del palazzo, mi facevano chi da nonna chi da mamma. Ricordo solo che era l’unico modo di stare vicino a loro e di sentire i loro discorsi. Ogni tanto, con la scusa di provare se il numero dei punti fosse giusto, chiamavano a sé il figlio, la figlia, il nipote… qualche volta chiamavano anche me.

    Rispondi
  25. CreazioniCecilia Elle - 18 ottobre 2014 11:15

    Come diceva qualcuno in tempi remoti “chi crea non distrugge ” .Lavorare a maglia è stato il mio input per iniziare ad uscite da una situazione di stallo emotiva e psicologica . Io lo definirei un ottimo” antidepressivo “.Io ero aggrappata ad un filo in qualsiasi momento si poteva rompere . Fortunatamente il mio era un filo di lana ed ho cominciato a lavorarlo (io non sapevo lavorare a maglia ho cominciato leggendo come si infilavano le maglie sui ferri dalle riviste ).il primo lavoro da quel filo unico che penzolava da quel gomitolo ,fu uno scaldacollo per mio figlio , bruttino per la verità. Mi diede una grande soddisfazione quel filo penzolante divento lo scaldacollo che mio figlio teneva anche in classe ,quel filo penzolante ricollegò la mi a vita a tutto quelli che avevo perso negli anni trascorsi : autostima, voglia di fare ,di stare in mezzo alla gente e tutto quello che racchiude l’ orribile termine depressione . Da quel “filo penzolante” sono nate tante creazioni ho guadagnato i soldi per ricomprare il materiale perché il mio guadagno personale è inestimabile. “Chi crea non distrugge ” non potevo che condividere a pieno questo aforisma .

    Rispondi
    • Di lana e d'altre storie - 18 ottobre 2014 12:19

      ciiao cecilia, non riusciamo ad importare sul sito i commenti fatti dalle pagine non personali. ti chiedo la cortesia di mettere il commento direttamente dal post del sito. se desideri puoi mettere anche il link alla tua pagina CreazioniCecilia Elle. Mi dispiace ma non dipende da noi. ciao

      Rispondi
    • Di lana e d'altre storie - 18 ottobre 2014 12:32

      rettifico. siamo riusciti, non c’è bisogno. il tuo commento partecipa al concorso. scusa della info sbagliata

      Rispondi
  26. CreazioniCecilia Elle - 18 ottobre 2014 17:30

    OK grazie

    Rispondi
  27. La Somniantis - 21 ottobre 2014 10:41

    Ciao Ragazze, mi sono emozionata nel leggere i vostri commenti.
    Io ho iniziato a lavorare a maglia quando avevo 5 anni, ero una bambina molto vivace e figlia unica, quindi mia nonna per tenermi calma mi insegno’ prima a lavorare a maglia poi l’uncinetto e quando ha perso la paura che mi facessi male con l’ago da cucire mi insegno’ a fare vestiti per le mie barbie… Da quel momento non mi sentii più sola, avevo i miei amici aghi, fili e svariati gomitolo di lana…
    Crescendo abbandonai, mi dimenticai dei mie i vecchi amici e li tradi con amici, serate fuori, fidanzatini e lo studio. Purtroppo mi dedicai ad una professione più per necessità di stabilità che per la felicità interiore, sbagliai… sbagliai di grosso perché la vita é solo una e dobbiamo dedicarci a renderla bella, serena e nonostante il lavoro che faccio oggi non porti una stabilità imposta dai canoni normali della vita di ogg,i posso dirvi che sono ritornata ad essere felice come quando da piccola provavo i vestitini sulle barbie.
    Quando penso al mio primo lavoro, all’emozione di riuscire a fare la prima riga di maglia bene mi sento felice perché é la stessa emozione che sento oggi quando disegno schemi per l’uncinetto o quando finisco un vestito sul manichino.
    Credo fortemente che ognuno di noi debba seguire la sua passione, svegliarsi con il sorriso felici di iniziare a lavorare e sorprendersi che é già arrivata l’ora di mettere via il lavoro e tornare a casa.
    Noi che lavoriamo con le nostre mani siamo portatrici di vibrazioni positive perché ogni nostro lavoro racchiude un pezzo del nostro cuore ed animo.
    Oggi passo le mie giornate a fare quello che mi piace. Mi sento viva in mezzo ai miei gomitoli di lana e cotone… I miei aghi: i miei aiutanti fidati… Il mio manichino (coco): la mia migliore amica… Il mio lavoro: la mia gioia.
    un bacione a tutte.

    Rispondi
  28. clara del bo - 22 ottobre 2014 00:03

    Leggere il post del mese e i commenti è come tuffarsi in una girandola di ricordi e di sentimenti che ti esplodono intorno come i fuochi artificiali della festa del paese!
    Uno mi ritorna alla mente più nitido degli altri.
    E’ una sera di agosto di ventotto anni fa: sto misurando il davanti e il dietro di un minuscolo maglioncino da neonato di un colore che mi piace tanto, un mattone quasi color oro. Tutti mi hanno detto che il colore non si addice ad un neonato, ed anche il tipo di lana, ma a me piace proprio tanto, peccato che ne ho trovato così poco: temo che non mi basterà!
    Mio marito mi avvisa: è ora di andare! Sì, sono pronta per uscire, lascio lì sul tavolo il lavoro, tanto ritornerò tra un po’ e avrò tempo di sistemarlo prima di cena!
    Devo solo fare il controllo del battito del mio bimbo, sono al penultimo mese della mia faticosa gravidanza, è tutto a posto, penso, perciò ritornerò presto.
    Sono tornata a casa dopo più di un mese e, fortunatamente, con un piccolo affarino che strilla, piange, mangia e che ha stravolto la mia vita, l’ha riempita di senso!
    Quante volte ho ripreso in mano, da allora, quel maglioncino, quel piccolo incompiuto che mi ricorda che se quella sera non fossi andata a fare quel controllo oggi forse non avrei uno scopo per vivere.
    Lo guardo, me lo rigiro tra le mani: mi piace tanto quel colore!
    Che ci faccio? E’ troppo poco per tutto!
    Devo per forza dargli un uso? Che ci faccio? Lo ripongo via ogni volta, insieme ai resti di altre lane, ma con un’attenzione diversa: in realtà voglio che resti così, che mi ricordi quel momento. Lo accarezzo! Potrei diventare nonna, forse! Potrei farci qualcosa!

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  29. Tamara Comi - 25 ottobre 2014 07:32

    Quella foto aveva vegliato su di me per anni. Dapprima nella mia camera, poi, una volta lasciata la mia casa natale, nella stanza dei bimbi, custode silente e amorevole del loro sonno. Solo in quel momento, mentre cullavo la mia bimba in fasce, cominciai a notare e a distinguerne gli amabili particolari. Mia madre ed io: lei vestita di un abito in lana color panna, maglione e gonna, sul primo un paesaggio variopinto con applicazioni di lustrini per farne risultare le figure, ed io, con un golfino dai colori neutri ed una piramide di coniglietti sul davanti, i miei animali preferiti. Avevamo fatto una puntatina insieme in merceria per trovare il brillantino perfetto per decorarne gli occhi. Quanto amore in quella foto. In un lampo mi tornò alla mente il ricordo chiarissimo del tintinnio dei ferri quando si toccavano, quando mangiavo pane e cioccolata tornata da scuola e la voce di mia madre mi chiedeva come era andata la giornata, mentre le mani, attente e operose, continuavano a lavorare. Fu un attimo. Adagiai con tutta la dolcezza del mondo la mia bimba ormai dormiente nella sua culla e mi diressi in soffitta. In alto, nell’armadione, bianca e rossa spiccava la borsa dei lavori della mia cara mamma, l’applicazione a forma di fragola ormai sbiadita e usurata dal tempo, ma i suoi tesori ancora sicuri e protetti: ferri di ogni tipo, lunghi, freddi, di metallo, tranne un paio di legno, un po’ mangiucchiati dal nostro cane. Erano rimasti lì, per quasi vent’anni, dimenticati e indolenti. Le maglie del cardigan nocciola a cui mia madre stava lavorando ancora vive, come ad aspettarla. Presi un paio di gomitoli, ormai ruvidi di polvere e di tempo passato, e una coppia di ferri, quelli scelti dal caso. Erano le prime maglie che montavo: troppo strette, eccessivamente tese, apparentemente impossibili da acciuffare e lavorare. I punti cadevano. Giro dopo giro, qualche maglia mi abbandonava per sempre, ormai esasperata dalla mia inettitudine. Eppure ne spuntavano sempre di nuove, con fare quasi miracoloso, per portarmi il loro incoraggiamento. Parevano dirmi: “Non mollare!”. Giro dopo giro, diritto dopo diritto, la mia frustrazione lasciava spazio a un’urgenza insaziabile e la mia sicurezza aumentava. Sentivo l’eredità di mia madre scorrere nelle mie mani: potevo imparare, anche se lei non era più con me per insegnarmelo. Potevo insegnarlo alla mia bambina, un giorno, quando sarebbe cresciuta: cappelli, sciarpette, maglioncini, vestiti per noi e per le bambole, con una complicità tutta nostra. Tre generazioni di donne legate da un filo di lana, da questa e dall’altra parte della vita, un’eco della memoria che saldava tra loro le catene delle generazioni. Ne nacque una sciarpa, verde muschio, piena di buchi, informe ed irsuta come un cinghiale, che ancora conservo sul fondo di quella borsa, e il rifiorire di un’inesauribile storia di donne, trascorso, presente e avvenire.

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  30. Gabriella - 26 ottobre 2014 11:26

    La Luna e’ sempre stata mia amica …. e la notte la miglior consigliera!
    Ero bambina e trascorrevo i pomeriggi con la mia amata zia che faceva i suoi lavoretti a maglia. Ero affascinata dalle sue mani … come si muovevano veloci sui dei cosi lunghi e appuntiti e il filo che scorreva e io mi perdevo su come si arrotolava e creava un maglione.
    Fu cosi’ che 8 anni fa mentre aspettavo il mio primo bimbo decisi che il portaferri con l’occorrente che la mia Musa mi aveva donato doveva essere aperto e anch’io avrei armeggiato con i ferri e avrei annodato qualcosa … magari una sciarpina per il mio principino in arrivo.
    L’emozione del primo lavoro non si scorda mai … scelsi con cura i filati e i colori …. e ogni giorno mettevo delle maglie e mi sentivo appagata e vicina alla persona che mi aveva donato questa passione. La sciarpa cresceva e io sempre piu’ felice decidevo che il lavoro a maglia era la serenita’ che mi mancava da un po’ …. cosi’ mi appassionai ….
    Ma la mia vita andava avanti su binari contrari …. 4 figli in 6 anni … e il tempo una lunga corsa che decideva per me e mi allontanava dalla mia serenita’! Che fare? Mi mancavano i miei ferri … le mie lane e la gioia di creare …. avevo il cuore colmo di gioia per le risate dei miei bimbi … ma qualcosa stonava quando la notte mi svegliavo e pensavo che desideravo knittare!
    Una notte lo feci … ripresi in mano i miei lavori incompiuti … imparai nuove tecniche e adesso il tempo si e’ alleato di nuovo con me … cosi’ ogni momento libero che ho … non perdo tempo … prendo l’occorrente in mano e mi segue ovunque …. la gioia non mi lascia quando sto per terminare qualcosa perche’ so gia’ che il prossimo lavoro mi aspetta!

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  31. carla - 26 ottobre 2014 11:29

    Ogni volta che prendo in mano dei ferri e incomincio a sferruzzare, specialmente il giovedì pomeriggio, quando mi ritrovo intorno ad un tavolo con delle amiche con la stessa passione, mi ritorna in mente la mia cara nonnina che mi insegnava il dritto e il rovescio, anche lei con delle amiche in una cantina, dove lavoravano ai ferri per una ditta che dava il lavoro a casa. Ed è qui che è nata la mia passione per la maglia e mi piace ricordare quei tempi; i ricordi riaffiorano e mi fanno viaggiare…… in quella cantina si raccontavano storie di vita, di quotidianità, si scambiavano ricette, idee, si davano consigli….ci si aiutava….. (almeno con le parole, forse ci si voleva un pò più bene)!!!!
    Per me lavorare a maglia è rilassante, liberare la mente…..vedere un qualcosa nascere da un filo…e come una magia!!!!!! E quando vedo il lavoro finito è una grande soddisfazione e penso…..l’ho realizzato IO!!!! Sono stata capace di creare un cappello, una coperta, una sciarpa, con un filo e un paio di ferri…e mi dà la forza di dire a me stessa….se vuoi veramente puoi anche ricominciare a VIVERE!!!!!

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  32. Lisa - 26 ottobre 2014 12:40

    Fuori piove, é una grigia giornata dai grigi pensieri…chiudo l’ombrello, entro nel negozio per prendere due rochetti di filo, alzo lo sguardo per salutare la proprietaria e, un bellissimo arcobaleno mi assale. Mille tipi di lana, mille colori, svariate forme di gomitoli che danzano tra gli scaffali ben organizzati, in attesa di essere scelti per un qualche progetto per un cucciolo in arrivo. Si, questo é il mio primo pensiero quando vedo i filati: un tenerissimo bimbo che indossa un capo creato con amore dalla sua mamma, dalla nonna o dalla zia innamorata.
    Bimbi non ne ho, ma é il mio più grande desiderio e allora voglio imparare a sferruzzare per quando avrò un mio cuccioletto!
    Scegliamo un progetto: un cappellino a righe…
    Scegliamo il filato: un morbidissimo gomitolo di lana merino bianco e uno grigio…
    Scegliamo i ferri: rigorosamente ferri circolari…pratici, moderni e belli, bellissimi….
    “Scusi, mi potrebbe aiutare a iniziare il lavoro che non so da dove cominciare?” “Certo!”
    Un susseguirsi di maglie dritte, rovesce e diminuzioni, fino alla punta di un bellissimo cappellino da elfo che andrà a scaldare la testolina di un dolce cuccioletto e, prima della fine ho già scelto un nuovo progetto, fantasticato sui colori da usare e, cambiato idea mille volte! Ogni volta é così e torno a casa da quel negozio, dimenticando che pioveva, dimenticando l’ombrello e dimenticando il motivo per cui ero entrata: i rochetti di filo!
    E va beh….domani ci torno! 😉

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  33. Lucia - 27 ottobre 2014 09:13

    un giorno di un qualche anno fa lessi per caso questa frase “do small things with great love”.

    il lavoro a maglia, o a uncinetto, credo che rappresentino appieno questa, se così si può chiamare, filosofia di vita. piccoli lavori ma che racchiudono non solo innumerevoli ore di lavoro, ma tante emozioni e un grande cuore.

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  34. Alessandra - 31 ottobre 2014 11:21

    Avevo sei anni, non ancora compiut,i e ci eravamo appena trasferiti in un’altra città, dove avrei cominciato la scuola elementare. Mia madre, forse per consolarmi dei cambiamenti, mi portò a comprare un bambolotto, fra i primi che si vendevano di plastica, morbidi e con le fattezze rotonde di un bambino piccolo. Ne ero innamorata! Martino lo chiamai, perchè acquistato proprio il giorno di San Martino. Ho ancora vivido il ricordo del negozio e del tesoro che mi portai a casa, come fosse un bambino vero. Le giornate cominciavano ad essere fredde e piovose, Martino aveva bisogno di vestitini caldi. Ecco ancora il ricordo nitido di mia madre che mi insegnava a lavorare ai ferri vicino alla grande stufa di terracotta che riscaldava tutta casa. Ricordo la concentrazione per non farmi sfuggire le maglie dal ferro, la fatica delle mie manine pasticcione. Ma quell’abilità trasmessa di madre in figlia da generazioni mi è servita tante volte nella mia vita per confezionare indumenti per i miei bambini o anche semplicemente per rilassarmi la sera facendo lavorare le mani.

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  35. Mariagrazia - 31 ottobre 2014 16:35

    Ho sei anni, l’estate sta volgendo al termine e nel 1970 la scuola inizia ancora al 1° ottobre, per cui io tra poco sarò una “remigina” che andrà in prima elementare. Prima di iniziare questa avventura i miei genitori hanno voluto regalarsi e regalarmi un po’ di mare, in quel di Camogli, dove in questo periodo abitano i miei zii. Naturalmente con noi c’è la nonna Ines, qualche cugino e le giornate sono serene e divertenti, di quelle che andranno a costruire i nostri ricordi migliori.
    La mamma, la nonna e la zia sono grandi appassionate di quasi tutto ciò che è handmade (termine che in realtà loro non conoscono e non conosceranno mai) e creativo, ma il lavoro a maglia è sicuramente quanto di più adatto a portarsi dietro in spiaggia o ai giardini pubblici oppure a fare compagnia la sera mentre si chiacchiera tutte insieme.
    Io le guardo ammirata, mi chiedo come facciano con quelli che mi sembrano pochi, semplici gesti delle mani a realizzare tutte quelle meraviglie colorate e fantasiose. Vorrei imparare anch’io, ma temo che non mi prendano sul serio. Invece no, sono tutte entusiaste: immediatamente mi procurano un gomitolo e una coppia di ferri e fanno a gara a chi è più brava a farmi capire come funziona, si prodigano in spiegazioni, consigli e ognuna di loro ha qualcosa da insegnarmi.
    Io penso che non riuscirò a combinare nulla, è tutto complicato, ma come si potrà mai, poi sono così piccola… e invece no, piano piano qualcosa prende forma e anch’io comincio a veder crescere il mio lavoro. Poco a poco si ingrandisce e mi chiedo cosa mai potrò ricavare da queste piccole strisce colorate, poi penso alle innumerevole coperte di varie fogge e dimensioni create da mia nonna e decido di realizzarne una anch’io.
    Naturalmente non sono così veloce, impiego parecchio tempo, ma nei mesi successivi il mio lavoro prende forma, fino a che un bel giorno scopro che a breve avrò un fratellino o una sorellina. Non possiamo ancora saperlo, non esiste ancora l’ecografia, ma questa copertina così colorata andrà bene in entrambi i casi.
    Quando nasce Massimo naturalmente pretendo che venga usata la coperta confezionata da me e la mamma mi accontenta, anche se onestamente si potrebbe utilizzare qualcosa di un po’ più carino e lavorato con più precisione, ma questa ha un valore affettivo incomparabile.
    Ho compiuto da poco 50’anni, non ho mai smesso di lavorare a maglia, ho realizzato un sacco di cose e continuo a farlo, ma la mia mitica prima copertina è ancora a casa di mia mamma, che l’ha sempre conservata gelosamente tra i suoi ricordi più cari.

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  36. Donatella - 2 novembre 2014 10:53

    Il tempo… quanto tempo è passato… i ricordi…
    Una frase può riaprire il cassetto della memoria e… come quando guardi in un cassetto e trovi qualcosa di dimenticato, così puoi trovare un ricordo, vivo, prepotente e malinconico.
    Se penso al mio primo lavoro a maglia mi rivedo una bimba piccolissima di tre anni, in una cucina in penombra riscaldata da una grande stufa, un orologio a pendolo che scandisce i secondi, e la nonna che lavora a maglia facendo con i ferri lo stesso rumore de tic-tac dell’orologio.
    Ed io rimanevo dalla nonna per giorni, settimane, mesi… troppi… perchè la mamma, troppo giovane per allevare due bimbi piccoli, doveva crescere mio fratello, che gli assorbiva tutta la giornata, la vita ed anche l’anima.
    La sera, ricordo, mi prendeva una profonda malinconia, desideravo essere con la mamma….
    Un giorno la nonna cercando di distrarmi, mi diede un gomitolo della sua lana ed un uncinetto, e mi insegnò a fare la catenella…. la mia prima catenella, lunga, lunghissima…. che fatica… ma alla fine che soddisfazione… quanto ho giocato con quella catenella correndo per la cucina e facendola volare come fosse una stella filante….
    Quanto tempo….oggi sono io che con i ferri rifaccio il tic-tac dell’orologio nel silenzio della mia cucina, e tra le mani ho sempre un filo che riempie le mie lunghe giornate di nuovo piene di solitudine e malinconia…. un filo è ancora la mia stella filante…

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  37. carla palermo - 4 novembre 2014 14:09

    Grazie nonnina!
    Grazie mi hai fatto amare i lavori realizzati con i ferri e l’uncinetto e grazie di avere avuto la pazienza per insegnare ad una bimba, cioè io, questa nobile arte……la magia del lavoro a maglia dove un filo diventa un capo di abbigliamento o un complemento di arredo o semplicemente un pupazzo.
    Manualità, pazienza e tanta creatività, insieme ad un negozio di fiducia sono gli elementi fondamentali per realizzare questa magia.

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  38. MARINA - 6 novembre 2014 15:52

    Il mio primo lavoro a maglia… un cappellino arancione per la mia Barbie, fatto con la mitica Maglieria Magica.
    Tutto è partito con quel giocattolo, potevo fare cappelli, sciarpe e vestiti per le mie bambole, come la mamma faceva con me… che soddisfazione!
    Poi crescendo ho imparato ad usare l’uncinetto, ho cominciato una coperta, tutta a righe colorate, con lana recuperata da vecchi maglioni, finita molti anni dopo, quando ero già sposata. Coperta usata poi dai miei figli sul divano, e il loro divertimento era farsi raccontare, colore per colore: “Questo era il maglione del nonno, questo era dello zio, questo era della bisnonna…”
    I lavori invece fatti a maglia, che ricordo con più gioia sono i maglioncini per i miei bambini fatti in collaborazione con mia mamma, io facevo il davanti e lei le maniche o il dietro; il tempo era poco e i bimbi crescevano in fretta e lavorando insieme allo stesso progetto riuscivamo a finirlo velocemente ed eravamo felici..
    Ora la mia mamma non riesce più a lavorare, i bimbi sono ormai cresciuti e fare i maglioni per loro è diventato un lavoro più lungo; ma non mi scoraggio, la mia bimba usa la mia Maglieria Magica, ha già fatto chilometri di catenelle e sta imparando ad usare i ferri da maglia…
    spero di avere presto una nuova e valida aiutante…

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  39. rosetta - 10 novembre 2014 13:26

    sono tutti bellissimi i post che ho letto, nei miei ricordi invece c è la mia giovane età e un dono che dio mi ha fatto, fin da piccola creavo vestitini tutto a mano perche ero piccola e comunque non avevamo i soldini per comprare una macchina da cucire e maglioncini fatti a mano per le mie bambole. poi a 13 anni ho iniziato a farlo per me e le mie amiche , sempre a mano perche nel frattempo non era cambiato nulla, ed andavamo in giro che sembravamo tutte gemelline. poi indovinate un po, con il mio primo lavoro, parrucchiera, ho firmato un contratto con la singer e mi sono comprata la macchina da cucire, 10 rate di 80.000 lire al mese, che bella soddisfazione e quante cose ci ho fatto con quella macchina purtroppo mi ha lasciata un paio di anni fa ma va be poverella ha lavorato esattamente per 37 anni. e comunque ringrazio il signore ancora oggi per il dono che mi ha dato, che mi fa compagnia e mi accorcia le giornate e devo dire che potrei anche restare sola e neanche me ne accorgerei e auguro a tutti di avere una passione che li aiuti a superare qualsiasi prova nella vita.

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  40. Natalia Bevilacqua - 10 novembre 2014 18:37

    Della mia prima volta all’uncinetto ricordo il colore: giallo senape. Ricordo gli armadi pieni di stoffe, gomitoli, telai, ferri uncinetti che mia madre conservava e ogni tanto riprendeva in mano. Di certo ho preso da lei il mio lato creativo. Cosa mi attirò in quel gomitolino giallo ancora non lo so, ma ricordo che insistetti molto con mia mamma perchè mi insegnasse l’uncinetto. E dalle mie piccole mani di bimba nacque un porta fazzoletti che ancora conservo.
    Da allora sono oltre vent’anni quel piccolo oggetto e il cotone avanzato sono rimasti nel cassetto…finchè un giorno li ripresi in mano: profumavano di ricordi. Aspettavo il mio secondo figlio e, come accade spesso ahimè, sapevo che la ditta per cui lavoravo mi avrebbe licenziata alla fine della maternità. La società di oggi corre veloce, troppo. E io mi fermai. Per scacciare i pensieri negativi e riempire la mia giornata, comprai un uncinetto e…scoprii la mia nuova professione! Ora sono la felice mamma di due piccoli con una piccola attività sul nascere, che però mi da tante soddisfazioni. Sono finalmente me stessa, libera, serena.
    E il gomitolino giallo -direte voi- che nei hai fatto? è diventato un bellissimo fiore che mi ricorda ogni giorno i miei due piccoli miracoli della natura e la rinascita di me stessa grazie a loro.

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  41. Mattia - 14 novembre 2014 18:56

    me gusta mucho la historia de este trabajo

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  42. Paolo - 14 novembre 2014 18:57

    originale e molto divertente

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  43. maria di grumo - 13 agosto 2015 08:47

    Ricordo perfettamente il mio primo lavoro! Mi aveva insegnato la nonna materna perciò usavo tenere il filo intorno al collo. Il solo pensiero mi fa sorridere! Ecco tutto ciò che ero capace di fare: avvolgere il filo al ferro per avviare il lavoro, la maglia diritta e la maglia rovescia. Per me era già abbastanza, considerato che ero adolescente. Stava per cominciare l’estate del 1985 e vissi la mia prima delusione d’amore. Piangevo da mattina a sera e non facevo altro che starmene attaccata al telefono a sperare che squillasse per me. Per farmi uscire dal guscio, mia mamma concordò con una zia che viveva a Firenze una vacanza di una ventina di giorni. “Zia Serafina è bravissima. Ti insegnerà a lavorare a maglia che tu neanche immagini!” Cercò di convincermi, mamma, e devo ammettere non le riuscì difficile.
    A Firenze, a parte che innamorarmi di Piazza della Signoria, del Ponte Vecchio che per un po mi fece tornare le lacrime agli occhi ripensando alla mia delusione d’amore, e di una vecchia canzone di Adriano Celentano che ascoltavo a tutto volume fino a far disperare zia Serafina che mi intimava di sequestrarmi la cassetta se non avessi abbassato il volume….ebbene, a parte tutto ciò, imparai a lavorare a maglia!
    Imparai ad avviare il filo tenendo i ferri sotto l’ascella e tutti i punti più difficili…
    Realizzai un top che indossai nel viaggio di ritorno a casa mostrandolo a mamma e alle mie sorelle!
    Fu solo l’inizio. Oggi sono grande appassionata di maglia, e non solo.
    Sono un po’ pazza… non scrivo nulla: ricordo a memoria il ferro al quale mi interrompo e dal quale riprendere, diminuzioni ed aumenti. E non è finita qui: riesco a realizzare un cardigan dal venerdì alla domenica. E il lunedì successivo è bel che indossato!
    Il lavoro a maglia è stata la mia medicina nel periodo più triste della mia vita.

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  44. Francesca Gabriel - 14 ottobre 2015 17:47

    LA BANCARELLA

    Dritto e rovescio sono i punti base del lavoro che amo, il lavoro a maglia; è questa mia passione ad avermi portata fin qui, nel posto centrale della città a fare il mercatino; ho portato le mie creazioni, o “creature”, come usualmente le chiamo io. Eh già, eccole qui tutte in fila: tovaglie, centrini, e lenzuola fanno bella mostra sul bancone, tutti impreziositi dal mio tocco di qualità. Poi i cappelli fatti a mano, guanti, sciarpe e perfino i bavaglini: oggi proprio non posso sfigurare, sarà un gran giorno e la gente apprezzerà il mio lavoro.
    Sono qui già da due ore ormai e ancora nessuno si è fermato ad acquistare alla mia bancarella. Ecco arriva una signora, si ferma, guarda, saluta e poi passa oltre.
    Mi guardano, salutano, apprezzano le mie cose con qualche commento piacevole ma poi non acquistano: forse perché sono una ragazza giovane?
    Ma è più forte di me, c’è chi ama dipingere e io invece amo lavorare a maglia: mentre sono lì seduta io intanto penso alla mia vita, a volte prego: fare la maglia è una cosa talmente rilassante… veder nascere le mie creazioni, dal nulla ecco un cappello o un paio di guanti, la lana è come creta tra le mie mani.
    Oh ecco arrivare un gruppo di ragazzi, ma passano e non si fermano; tirano dritto, nemmeno mi hanno degnato di uno sguardo.
    Ecco un anziano, si ferma di fronte a me: “che belle cose, le faceva sempre la mia mamma! La ricordo quand’ero piccolo intenta a sferruzzare ogni momento, ero il bambino con il più bel corredino del quartiere. Quando mi è diventato piccolo mia sorella lo usava per vestire le proprie bambole! Grazie per avermi fatto fare un tuffo nell’infanzia, buongiorno.”
    Questo fiume di parole m’ha investito, ma neanche questo cliente ha comprato alcunchè, inizio a demoralizzarmi.
    “Ecco vedi Maria lei è più brava di te a far la maglia… tu sbagli tutti i punti! Posso?”
    Una signora solleva un bavaglio, poi indica i punti perfettamente lavorati alla sua amica e li paragona alle imperfezioni che immagino faccia.
    “Ma no, io non lavoro così male…” risponde, e parte una disquisizione con al centro la mia creatura; iniziano a litigare, Maria è offesa e un po’ mi strapazza il bavaglino.
    “Me lo rovinate!” faccio loro, mentre le due mostrano la stessa espressione offesa e se ne vanno.
    “Che maleducata!” dicono quasi in coro: su questo almeno si trovano d’accordo.
    Un’altra faticosa giornata è giunta al termine, anche oggi nessuno ha acquistato nulla: che dire, domani è un altro giorno.

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